La riscoperta delle grottesche

Il progetto Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche intende narrare l’eccezionale storia della riscoperta della pittura antica sepolta nelle “grotte” dell’originaria domus neroniana e la loro fortuna critica nella storia dell’arte in Italia e in Europa.

Domus Aurea Stanza di Ettore e Andromaca © Archivio fotografico Parco archeologico del Colosseo
Domus Aurea: dettaglio di grottesche, archivio fotografico del Parco archeologico del Colosseo
Cesare Baglione, decorazioni a grottesche delle sale della Vittoria e degli Acrobati, 1576- 1585, Parma, Castello di Torrechiara © Alamy Stock Photo
Julio Quiles, Julio (attr.) e Alejandro Mayner (attr.), decorazione a grottesche della Torre del Peinador, XVI secolo, Granada, Alhambra © Album/Scala, Firenze
Domus Aurea. Grande Criptoportico 92. Particolare della volta © Archivio fotografico Parco archeologico del Colosseo
Domus Aurea Sala di Achille a Sciro Decorazione pittorica e a stucco della volta (intero e dettagli) © Archivio fotografico Parco archeologico del Colosseo

La storia della riscoperta delle “grottesche” comincia intorno al 1480, quando alcuni pittori (Pinturicchio, Filippino Lippi e Signorelli tra i primi) si calarono nelle cavità del colle Oppio per recarsi, a lume di torce, ad ammirare le decorazioni pittoriche delle antiche abitazioni romane: pensavano di trovarsi di fronte agli affreschi delle Terme di Tito e invece stavano scoprendo, senza ancora saperlo, le rovine dimenticate dell’immenso palazzo imperiale che Nerone, dopo il disastroso incendio del 64 d. C., aveva voluto far costruire nel cuore di Roma.

Filippino Lippi, parasta decorata a grottesca nella cappella Carafa, 1489-1493, Roma, Santa Maria sopra Minerva © Alamy Stock Photo

Luca Signorelli, Grottesche e filosofo antico, 1503-1504 circa, Orvieto, Duomo © Getty Images

Sala ottagona, dettaglio, archivio fotografico del Parco archeologico del Colosseo

Nel 1496 appariva a stampa per la prima volta il termine “grottesche”, coniato probabilmente dagli stessi artisti per definire i diversi sistemi decorativi della pittura antica sepolta nelle “grotte” dell’originaria Domus Aurea.

Sarà però Raffaello, nel secondo decennio del Cinquecento, insieme al fidato collaboratore Giovanni da Udine, a comprendere a fondo la logica di questi sistemi decorativi, riproponendoli organicamente, grazie alle sue profonde competenze antiquarie, per la prima volta nella Stufetta del cardinal Bibbiena (1516) e poi, sempre nell’appartamento del Bibbiena nel Palazzo Apostolico in Vaticano, nella Loggetta (1516-17), vera e propria prova generale per il grande ciclo di stucchi ed affreschi all’antica realizzato nelle Logge vaticane (1517-1519).

 

Foto © Governatorato dello Stato della Città del Vaticano – Direzione dei Musei Vaticani. Per gentile concessione della Segreteria di Stato della Santa Sede e della Prefettura della Casa Pontificia. Tutti i diritti riservati.

La secolare fortuna delle grottesche, in particolare nell’interpretazione fornita da Raffaello e dai suoi seguaci, può essere documentata anche sul lunghissimo periodo: alcuni dei massimi artisti novecenteschi, come Paul Klee e Alexander Calder, hanno infatti subìto il fascino delle grottesche antiche e rinascimentali.

Saranno in particolare i principali esponenti del Surrealismo (Victor Brauner, Salvador Dalì, Max Ernst, Joan Miró, Yves Tanguy), a causa della natura fantastica, irrazionale, sostanzialmente irrealistica, di questo sistema decorativo, a essere sedotti dall’“arte magica” delle grottesche, riproponendo ancora una volta, in chiave onirica e freudiana, quelle invenzioni capaci di scandalizzare il gusto dei classicisti e la falsa coscienza dei moralisti.